Roberto Locatelli - l'incontro

 

Era da tempo che inseguivo Roberto Locatelli pilota per cui nutro una profonda stima, volevo incontrare questo ex campione del mondo che ha gareggiato per 16 anni nel mondiale e nella seconda parte della sua carriera è stato a contatto con le nuove leve del motociclismo, perchè lui più di altri può raccontarmi il cambiamento avvenuto in questi anni nel mondo della velocità.

Dopo il nostro primo contatto, Roberto si è dimostrato molto disponibile ed abbiamo fissato un'intervista in tempi brevi, prima della sua partenza per la trasferta extraeuropea che lo terrà lontano da casa per quasi 20 giorni.  Dopo i primi convenevoli iniziamo una bella chiacchierata a  tutto tondo ripercorrendo la sua carriera e questi ultimi anni che lo hanno visto impegnato nel team Italia.

Già dopo poche battute capisco subito che il Loca ha qualcosa in più, quel qualcosa che solo in pochi hanno, e non solo le vittorie o i titoli mondiali a dare, quelli sono solo una conseguenza. Quello che mi impressiona maggiormente è la profonda maturità di questo ex-pilota sicuramente frutto di un profondo vissuto.

Locatelli da pilota ha avuto una vita intensa e raggiunto grandi risultati: chi può dire di aver fatto la pole position all’esordio ? Chi di aver vinto un titolo mondiale? Una carriera nata con la scuola formativa che più di altre è in grado di trasmettere valori e insegnamenti unici, l’enduro “la passione  me l’ha tramandata  mio padre. La gioia di andar via la domenica mattina e rientrare la sera, passione pura. Posso dire che l’Enduro mi ha dato qualcosa di tanto grande quanto avere vinto un mondiale nella velocità ”.

Ma per Roberto l’enduro è qualcosa di più che una semplice passione, rappresenta quello che per molti manca alle nuove generazioni di piloti, così come manca in tanti aspetti della nostra società, quel primo gradino, quella “gavetta” che ti forma, ti plasma e rappresenta il primo passo per diventare, prima che pilota, nel nostro caso uomo. "Perché con l’enduro parti dal basso. Quando ho iniziato pulivo i cerchi a Narducci, oggi un pilota del CIV, e non dico della motogp in cui sono professionisti, non pulisce le ruote a nessuno. E’ il primo gradino di una scala. Oggi è tutto esasperato. Da ragazzino oggi vieni preso e messo su questa scala, se non direttamente sui gradini più alti dal centro, ma non si parte più dal basso. Il rischio è quello di non saper gestire la situazione e traballare su quella scala”..

Quella scala il cui secondo gradino percorso è stato fatto dietro alla spinta di Fabrizio Pirovano che ha spaccato i maroni a mio padre per farmi provare la moto di Meregalli”. Prova che avvenne sulla Junior di Monza e fu subito passione. Un anno dopo iniziarono le gare con la sport production in cui faceva il bello ed il cattivo tempo, per poi debuttare nell’ italiano ed europeo e poi debutto nel mondiale con pole position all’esordio. L’anno successivo arriverà l’ingaggio con Aprilia “con a capo Pernat  nel ’95 mi diedero già del primo anno uno stipendio. Oggi questo è quasi utopia. Oggi parecchi di quelli che guidano le moto portano la valigia”.

Mi racconta di episodi che sembrano lontani anni luce dallo sport di oggi, ad esempio di quando andò al Mugello a fare la wild card e fece la pole ed utilizzò un furgone datato che non fecero entrare e parcheggiare nel paddock, perché non a misura dell’ambiente “ce l’ho ancora quel furgone è lo stesso che usavo per caricare le moto da enduro ed ora utilizzo per portare il concime nei campi, dove mia nonna di 91 anni coltiva ancora l’orto”.

Tempi in cui ti aggiravi tra i paddock e toccavi con mano la sola passione non subordinata al business ed eri inebriato dall’odore della miscela per i 2 tempi e  gli chiedo come il mondo delle due ruote sia arrivato fin qui. "Hanno voluto fare del motociclismo una brutta copia della formula uno. Hanno cambiato e rivoluzionato regolamenti, oggi si saltano alcuni passaggi…prima c’era meritocrazia, si partiva dalle categorie inferiori, e poi solo  i primi tre classificati potevano accedere alle classi superiori. Oggi basta che hai i soldi e puoi far tutto”.

Un ambiente cambiato in maniera radicale in cui forse oggi Roberto Locatelli non avrebbe mai potuto diventare campione del mondo “Da quella famosa pole alla vittoria del mondiale sono passati 6 anni. Oggi sei anni non te li dà nessuno. Il grosso problema di oggi è ci sono carriere corte, exploit, delle meteore, alcuni sembrano quei cantanti che magari hanno vinto Sanremo ma poi non sai più che fine hanno fatto. Per me è la società di oggi che ti chiede tutto subito, ti spreme e non da valore a quello che costruisci”. Effettivamente oggi siamo arrivati al paradosso che se a 18 anni non hai vinto qualcosa non hai credito nell’ambiente “Oggi si vince la motogp a 21 anni! Non dico che si vince la categoria inferiore o media, ma la top class. Questa misura è diventata un’arma a doppio taglio. Pochi hanno il taglio buono, troppi quello doloroso”. 

Roberto ha toccato con mano, forse più di tanti altri, cosa significa questo doppio taglio, per 4 anni di team Italia a lavorare con i ragazzi che avrebbero dovuto, secondo i piani della federazione arrivare là dove sono gli spagnoli. E’ naturale che il resto della nostra chiacchierata prenda questi binari.”A mio avviso serviva maggior tempo. La risposta alla domanda: fra quanti anni vorrei essere lì? Io dico che tre/cinque anni son troppo pochi. Per star dietro ad un operato, sportivo nazionale, si son dovuti schierare e ci han provato. Serviva qualche anno in più. Grazie a Fenati e F.M.I., abbiamo avuto un exploit incredibile ma dietro a questo c’era una cartina tornasole che indicava che dietro c’era da lavorare tutti noi e i piloti e non altro”. 

Il discorso è strutturato e complesso ma Roberto lo analizza con una lucidità dettata dal chi ha toccato con mano tutto questo e non da un sentito dire e come primo punto ci mette i regolamenti. “Oggi a 16 anni hai la possibilità  di fare il motomondiale ma a mio avviso a 16 anni hai la testa di un 16 enne e se non raggiungo subito i risultati non puoi definirli difettati. Se un ragazzino è difettato è perché a 16 anni vuole essere un ragazzino e tu che ne hai 45/50 lo pretendi adulto c’è qualcosa che non va. Questa cosa altera e  pretende una cosa innaturale per un giovane ed è stata creata nel corso degli anni. Ci sono alcune cose che personalmente non condivido ma le devo accettare e utilizzare. A mio avviso però un 16 enne che va a toccare il cielo con un dito, non sapendo qual è la strada per arrivare a toccarlo quel cielo, si trova a traballare su quella famosa scala! A volte le conseguenze  si possono ripercuotere su quello che c’è sotto a partire dalla famiglia fino al tessuto sociale che ha intorno”. 

Solo alcuni però riescono a toccare il cielo, molti altri devono fare un passo indietro “Se sei stato nell'ambiente e poi devi tornare indietro in alcuni casi non lo accetti, o non vieni accettato dagli altri, con conseguenze che possono essere devastanti nei ragazzini.  Fare il pilota è un'isola felice ma entrarci così presto, senza esserti fatto le ossa, esserti fatto la corazza, può avere effetti deleteri e collaterali. A fronte di un prescelto ci sono altri che vengono distrutti dall’ambiente che richiede una performance troppo presto e troppo grande . Per me si fa bene a pochi e male a troppi”.

Ma non può essere solo questioni regolamentari gli attori in gioco sono diversi. "Ad un team un ragazzino di 16 anni non costa quasi nulla. Se poi esplode guadagna prima rispetto al pilota, il guadagno è immediato per il team mentre il pilota a medio termine. Quando invece questo non succede il team non perde nulla mentre il ragazzino ha buttato via una carriera. E' più facile difendere un team di un ragazzino e la Federazione serviva e serve a questo cioè tutelare e dare più tempo a questi ragazzini. I team hanno diritti che i piloti non hanno, dei piloti non interessa come viceversa interessano i Team. I ragazzini vengono sfruttati da questo sistema, servono loro sulla moto! Il ragazzino eccitatissimo ci va ad occhi chiusi ma le controindicazioni non vengono dette né lette. Andrebbe fatta una profonda riflessione prima di pensare di buttare il proprio figlio in questo gioco, se è pronto, se è all'altezza e se è lui a volersi dedicare e sacrificare”. 

Ecco gli altri attori con cui Roberto ha dovuto interfacciarsi in questi 4 anni: i genitori dei giovani piloti. Persone spesso estranee dell’ambiente che cercano di realizzare un sogno, quasi il proprio prima di quello dei figli. Roberto mi dice che il libro che non scriverebbe mai avrebbe un titolo “Ma vuoi correr tu o tuo figlio. E’il sogno del padre o del ragazzo?". Situazioni che ha vissuto e visto in tanti dei genitori che ha avuto occasione di guardare, vedere e conoscere. Genitori che vogliono riprodurre il modello Rossi, non sapendo cosa in realtà c’è dietro a questo sogno, tipo dedizione sacrificio e volontà. Genitori che vogliono fare il chi è capace o chi sa della situazione. Situazioni anche difficili da gestire soprattutto per il livello di pressione che è in capo ad un ragazzino.“Diversi genitori mettono sul piatto l’azienda di famiglia e spesso i risparmi di una vita per far correre un bambino. Il bambino vuole il giocattolo e quando lo ottiene c’è la conquista, ma poi come può vivere il gioco sapendo che il padre ha messo a repentaglio il benestare di una famiglia intera? Perché i primi a capirlo sono i figli, loro ci leggono negli occhi ed è inutile farle vedere che va tutto bene, loro li hanno creati i genitori! I ragazzi stanno giocando”. 

A fronte di genitori che vogliono realizzare il loro sogno chiedo come vivano la cosa i ragazzini. "Vengono eccitati già da sotto, arrivano con gli adesivi da attaccare sulla moto. Quando io sono arrivato ad attaccare gli adesivi nella moto che avrei guidato al mondiale il Sig. Fabrizio Guidotti  mi disse “gli adesivi li attacchi un’altra volta, oggi sei qui a fare dell’altro”.  Lui per farmi stare su un livello giusto non me li fece mettere, ed accettai. Oggi non sanno ancora cosa andranno a fare ma hanno già gli adesivi pronti. Siamo ad un livello che non è sotto controllo”. 

Eppure in questo contesto c’è stato per 4 anni, in diversi paddock dei vari campionati sia italiani europei e mondiali. Nel suo ruolo si è relazionato con questi ragazzi, alcuni sono rimasti a casa sua per settimane, nel suo soggiorno a giocare alla XBox e a mangiare tutti insieme nella tavolata della cucina, gli chiedo come è riuscito a gestire queste dinamiche. "La prima cosa che volevo fare era che il genitore si fidasse di me. Ai genitori cercavo di spiegare alcune cose, spesso venivano da altri settori e andavano dati loro dei chiarimenti. A volte coi genitori però è stato difficile comprendersi, non dobbiamo mai dimenticare che loro sono i genitori e a loro spetta il compito di difenderli e proteggerli. A mio avviso avrebbero dovuto fidarsi di più, ci sarebbe dovuta essere una divisione di ruoli che troppo spesso è mancata per apprensione e per  difesa".

Un ambiente in cui sarebbe rimasto volentieri se gli eventi non avessero preso un’altra piega. Perché comunque, a parte queste problematiche, ha potuto vivere dei rapporti umani intensi e delle emozioni che neanche il titolo mondiale è riuscito a fargli provare. Ancora oggi quando ne riparla gli viene la pelle d’oca “Tonucci l’anno scorso a Motegi, fare il terzo lì, quella vibrazione,  quell’urlo, quell’emozione...è stata unica. Ma anche fare quattordicesimo con Morciano a Brno con 125 nel 2011, perchè non è vincere la cosa più bella ma aver dato il massimo ed averci provato, aver sofferto e insistito tutti insieme. Allora quello era il nostro potenziale e il massimo che potevamo raggiungere e l’abbiamo raggiunto”. 

Tuttavia i risultati ottenuti in questi anni non sono  in linea con le aspettative che l’opinione pubblica aveva verso il Team Italia, nato per colmare quel gap con la scuola spagnola e gli chiedo quindi come valuta l’operato della federazione. "La federazione sta mettendo una toppa a tutto questo sistema, ma è come se si trovassimo in una corsa in discesa e veloce. La vedo come se qualcuno hanno mollato dei sassi e loro ci stanno correndo dietro. C’è chi li ha lanciati perché ha capito come lanciarli e loro si son messi a correrci dietro. E’ una cosa difficile. E' vero dopo 4 anni ci siamo trovati a non avere le pedine pronte sebbene le risorse finanziarie ci siano state, ma a volte non è solo questione di soldi. Quello che è mancato è stato il tempo per far crescere queste pedine, per colpa del modo di vivere ed utilizzare il tempo". 

Giochi, ruoli e responsabilità che andrebbero divisi equamente tra più soggetti e di cui anche Roberto ammette di avere le sue responsabilità. Il suo ruolo era quello di trasmettere qualcosa a questi ragazzi che spesso vengono buttati in un circo più grande di loro "quello che ho voluto dire in questi anni ai ragazzi con cui mi sono trovato a lavorare, e  che ho vissuto in prima persona, è che non ci sono solo le moto nella vita. La vita non è solo il campionato del mondo e il mondiale non è l’unico obiettivo di una vita. Fuori da questo recinto, nella vita, ci sono delle cose ancor belle o più belle. Ci siamo chiesti se abbiamo spremuto gli altri lati della nostra vita come si spreme il vivere la moto? Se vogliamo fare una cosa al massimo non c’è solo la moto e non abbattiamoci se non raccogliamo quello che sogniamo, perché si va avanti lo stesso, con quelle splendide cose che abbiamo intorno e magari non abbiamo spremuto”. 

Un punto di vista profondo, tipico di quelle persone che hanno visto coi loro occhi il dramma e riparametrano i veri valori della vita. Mi chiedo quanto può aver influito aver avuto Simoncelli come compagno di squadra nei suoi ultimi anni da pilota o ancor più il gravissimo incidente capitatogli a Jerez nel 2007. Tuttavia questo approccio mi sembra in netto contrasto con quel mondo tutto business e poca morale in cui opera Roberto ed in cui ha cercato di plasmare i futuri campioni e gli faccio questa osservazione. “Se io guardo negli occhi un ragazzino che non ha raggiunto quello che voleva, magari vede gli altri davanti a lui e si scontra coi sacrifici che ha fatto il padre per portarlo lì, cosa devo dirgli ? Vede il padre  che chiaramente non gli dice niente ma capisce che non è felice. Certo, genitori e figli hanno scelto di loro responsabilità di  spendere un sacco di soldi per essere lì, ma se vedi che non gira, quello che mi sento di dire è di non insistere. Se una cosa non funziona la puoi cambiare. I figli non devono essere costretti  a fare una cosa che non è la loro. Nella vita puoi prenderti milioni di soddisfazioni, come fanno la maggior parte delle persone, anche in altri campi. Non sono felici solo quelli che corrono in moto. Quello che non funziona sulla moto funzionerà in qualcos’altro nella vita”. 

Insegnamenti e parole che sarebbero utili a molti ragazzini e famiglie eppure dal 2014  la strada di Roberto sarà un’altra. La federazione lo ha informato, come ha informato tutti i tecnici, meccanici e piloti, che la San Carlo ha deciso di spingere sulla crescita ancor da livello più basso, sui giovani più piccoli. Per cui il budget che prima era destinato al mondiale dal 2014 sarà maggiormente dirottato verso altre categorie, si presume Minigp, minimoto, CIV, perGP,"E' una cosa gigantesca e immensa quello che sta facendo San Carlo: giovani da crescere da sotto. Grazie che esistono aziende come loro e persone straordinarie come Vitaloni”. 

Ad oggi, inizi di Ottobre la federazione sta cercando i budget per continuare con l’avventure Team Italia però Roberto tiene a sottolineare che “non ho smesso per questo, ma perché ho bisogno di stimoli e non ho avuto alcuni riscontri che a mio avviso avrebbero dovuto esserci. A mio avviso si sarebbero dovuto modificare qualcosa in questi anni, cose semplici che 2 persone intorno ad un tavolo ci avrebbero impiego 5 minuti invece in un ente così grande non si riescono a modificare in fretta. Ringrazio per quello che mi hanno dato ma faccio altre strade”. 

Il problema sembra essere quello decisionale con dinamiche tipiche delle grosse aziende "la federazione segue centinaia di piloti e ne aiuta una marea. Oggi tutto quello che il progetto F.M.I. è gigantesco ed il loro contributo è meritevole, tuttavia io avrei voluto fare solo il direttore sportivo, fare altre cose non ha senso, si disperdono solo energie. In questi anni abbiamo condiviso diverse cose e spero che vadano avanti con il progetto e riescano a raggiungere i loro obiettivi ma naturalmente ognuno deve fare il suo. Capisco che è una grande struttura ma bisogna avere delle idee comuni,  licenzi o promuovi quello che è il colpevole o meritevole. Ci vuole meritocrazia e mi auguro che la  applichino”. 

A questo punto non voglio rubare altro tempo, ma come ormai prassi voglio fargli la tipica domanda con cui chiudo le interviste e soprattutto alla luce della nuova avventura professionale, come responsabile sportivo nel team Italtrans chiedo a Roberto qual è l’emozione che vorrebbe vivere. Tuttavia, dopo aver ascoltato quest’uomo  parlare per quasi tutto il tempo  quasi ininterrottamente con una serenità e al tempo stesso lucidità in grado di applicare quella scala di valori che dovrebbero essere universale, eppure solo pochi riescono a seguirla, la risposta è forse scontata. "L’emozione che vorrei vivere è avere un figlio da mia moglie Francesca. Però non vorrei  facesse il pilota, magari calciatore o giocatore di basket, anche se sarà basso come me”.

Ci salutiamo e lo seguo nel suo studio, appena entrato noto che non ci sono foto di lui che guida una moto, a dir la verità noto solo una foto, che coglie subito il mio interesse, quella di un giovanissimo Roberto Locatelli sottobraccio a Fabrizio Pirovano, come a dire: tutto parte dai primi gradini.

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