Thierry Sabine

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Sono giorni di Parigi-Dakar e noi vogliamo raccontare la storia di colui che di questa fantastica corsa ne fu l’inventore:  Thierry Sabine (Neuilly-sur-Seine, 13 giugno 1949 – Mali, 14 gennaio 1986). Dici SABINE e dici PARIGI- DAKAR la corsa nel deserto per eccellenza che da lui fu pensata e creata perché non è possibile scindere le due cose, come il piccolo principe e la sua rosa, che pur essendo difficile e capricciosa veniva da lui curata con tanto amore.

Come il pittore che davanti ad una tela bianca già riesce ad immaginare come sarà il dipinto una volta finito così Thierry Sabine nella vastità del deserto, riuscì ad immaginare una corsa in cui gli uomini sfidano se stessi e la resistenza dei loro mezzi meccanici.

Thierry Sabine prima di essere l’ideatore della più famosa corsa nel deserto fu un buon pilota automobilistico con partecipazioni al mondiale Rally ed alla 24 ore di Le Mans.

Dobbiamo alla mente geniale di Sabine anche un'altra incredibile corsa sulla spiaggia e fra le dune di Calais, l’ enduro del Toquet che dalla prima edizione del 1975 raccoglie sempre molte adesioni.

L’idea di realizzare una corsa in mezzo ai deserti maturò in lui al ritorno dal Raid Adibjn-Nizza  in cui partecipò in sella ad una moto e rimase disperso per alcuni giorni nel deserto della Libia. Fu in quell’isolamento in quell’essere soli in se stessi che forse percepì quello che poteva essere l’ESSENZA, un tramite verso qualcosa di…oltre.

Forse fu la volontà di condividere questa sua visione con altri, questa forma di illuminazione, che lo spinse ad immaginare qualcosa che andava ben oltre una competizione ma divenire un avventura unica per chi aveva la fortuna di viverla.

Sabine pensò ad un percorso con partenza da Parigi con arrivo a Dakar attraversando per migliaia di chilometri vari stati africani con i suoi deserti: Algeria, Niger,Mali, Mauritania fino ad arrivare alla fine, al premio, per i superstiti a tanta fatica, la Spiaggia Rosa a Dakar.

Era questo il tragitto pensato da Sabine per mettere alla prova se stessi, capire come affrontare le difficoltà, sia quelle ordinarie che quelle straordinarie. Su quei percorsi, in quei luoghi isolati si sarebbero create poi le condizioni per scoprire uomini con talenti straordinari.  Persone - prima che piloti - che di fronte alle difficoltà di un viaggio dentro se stessi e i propri limiti riescono a trovare un qualcosa che li permette di realizzare gesta che ancora oggi ci fanno emozionare. Dalla semplice risoluzione di problemi pratici, (molti arriveranno a fine tappa con moto sistemate con corde e riparate in condizioni proibitive) ad episodi epici, in cui  piloti dispersi  riuscirono a sopravvivere per giorni alle temperature del deserto Sahariano e altri taglieranno il traguardo con fratture (su tutti l’episodio di Auriol) e altri con lesioni interne (il povero Marinoni che con la milza distrutta si rimise in moto e morì due giorni dopo in ospedale).

Perché il sogno di Sabine non era una competizione, ma un viaggio, un viaggio alla scoperta del vero io, un viaggio compiuto attraverso luoghi con orizzonti infiniti muniti solo di bussola e cartina. La forza delle scelte ed anche della condivisione magari. Condividere con altri piloti la scelta su quale rotta percorrere ad esempio. Forse nessun pilota della Dakar si è mai esentato dal soccorre altri concorrenti, e qui sta il vero spirito, che va oltre la gara, fermarsi per sincerarsi del guasto o donare quell’ultimo litro di benzina che forse sarebbe stato fondamentale, ma questo era fatto a prescindere dal cronometro e dalla classifica.

Non erano infatti medie orarie o tempi di percorrenza l'obiettivo di Sabine, come non erano gli allori o le vittorie riservate ai primi, l'obiettivo forse primo che lo avevo portato ad immaginare una gara che è entrata nell'immaginario collettivo di tutti gli appassionati di moto e non solo, era una forma di elevazione, di una dimensione nuova, di crescita che portava a riparametrare scelte e valori. Ad avvalorare questa tesi basta ricordare che molti piloti dalla Dakar poi si sono attivati in maniera importante nella associazioni di volontariato e in opere umanitarie a sostegno dei meno fortunati.

Dakar come elevazione, ci piace pensarla così, questo era il sogno di Sabine. Forse in questa luce dobbiamo leggere la sua celebre frase “All'arrivo sulla spiaggia del lago ROSA sarà un altro uomo colui che lancerà in aria il suo casco”.

Ma per raggiungere questa elevazione, per conoscere l'essenza, è necessario, forse indispensabile fronteggiare l’estremo, e giocare a scacchi con la nera signora e, nel susseguirsi degli anni capitarono vari incidenti gravi, talvolta mortali ed è proprio in uno di questi, mentre era in elicottero al seguito della corsa nel 1986, che muore il genio creatore della Dakar, colui che aveva “visto” che in quella vastità di sabbia, dune e pietraie, viveva un sogno che poteva diventare una stupenda realtà.

Nel luogo dell’ incidente fu eretta una stele e le ceneri di Sabine furono disperse là nella tanto amata Africa.

L’immagine, l’emozione che sa dare il ricordo di Sabine è quella di un giovane uomo sempre vestito di bianco, sempre intento a cullare, controllare  la sua creatura.

Quella stupenda creatura  a cui aveva donato la vita e nel cui nome vive ancora oggi quello di Thierry.