Vanni Oddera - L'incontro

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E’ da qualche tempo che volevo incontrare Vanni Oddera, sebbene non sia un esperto di Freestyle ho sempre ammirato questi acrobati che rischiano la vita ad ogni salto regalando emozioni che poche altre discipline trasmettono, e fra i molti campioni Vanni ha una storia particolare, un grande e bel progetto ed è una persona che ha molto da raccontare ed insegnare.

Dopo una breve attesa dalla mia richiesta di intervista, trovo massima disponibilità da parte sua ad incontrarmi, così mi ritrovo, in un accaldato pomeriggio di Luglio, a passare del tempo con una persona fuori dagli schemi che mi darà conferma delle sensazioni avute guardando i suoi filmati, fotografie e di quanto ho letto di lui.

Vanni è mutevole, già guardando le sue foto si ha l'impressione di trovarsi di fronte a una persona diversa ogni volta. E' mutevole e poliedrico, a tratti sembra il ragazzino che non vuol crescere e si costruisce la casa sull’albero, parlando poi emerge il lato del professionista in grado di coordinare e organizzare bellissime manifestazioni ed iniziative.

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In entrambe comunque è sempre presente la componente carismatica di comunicatore e come un profeta è in grado di dispensare verità, insegnare un modo di approcciarsi alla vita diverso: l'empatia che si crea è immediata.

Può sembrare mutevole, ma non su quello che sono principi e valori che in alcuni casi mi sembrano addirittura troppo rigidi e integralisti, specie riguardo al progetto che maggiormente mi ha emozionato e che mi ha portato ad essere qui, la mototerapia: delle sessioni di freestyle  che coinvolgono e chiamano in causa, anche con giri in moto, ragazzi diversamente abili, avvicinandoli in un modo unico alle due ruote "io per la Mototerapia non voglio soldi e non voglio che la gente mi invii denaro. Se, come dicono, credono nel progetto lo devono far conoscere, col passaparola o attraverso i social network, invece di pensare che col denaro si possano risolvere problemi la gente dovrebbe iniziare a dedicare del tempo alle persone meno fortunate...i soldi sporcano".

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Vanni ha scelto l'isolamento della sua Pontivrea alla fama, al glamour e ai locali alla moda  di Milano e questo non può far aumentare la stima che nutrivo nei suoi confronti ben prima di questo incontro. “Ero stato contattato da una nota casa produttrice per costruire un personaggio pubblico intorno alla mia figura. Dovevo stare a Milano un anno e mezzo, frequentare locali e feste mondane per diventare famoso a livello nazionale. Ho resistito dieci giorni poi ho salutato tutti… io ho bisogno del bosco”. Quel bosco in cui da ragazzino, dopo aver sognato su riviste la prima moto ed essersela comprata contro la volontà dei suoi genitori, si costruì da solo una rampa per salti “ai miei tempi non  c’era internet, era dura vedere qualcosa, compravo giornali e vedevo queste moto volare, ricordo ancora le foto su Motocross di Minguzzi in aria: una rilevazione. Da lì, dopo essermi comprato con molta fatica la prima moto, mi sono fatto la mia rampa artigianale: volevo volare anch’io”. 
Tuttavia per fare una rampa ci sono misure e valori da stabilire e rispettare, così come per saltare servono basi tecniche, cose che il giovane Oddera non sapeva “primo salto: caviglie rotte e altri traumi….un disastro”.  Sarà il successivo incontro con Paolo Grana a indirizzare definitivamente il futuro di Vanni e l’incontro con una radice in un bosco a crearne le basi tecniche “facevo enduro nel bosco, ed una radice mi fece cadere. Mi ruppi tibia e perone riposo forzato di 3 mesi sulla sedia a rotelle. Mi regalarono delle cassette di freestyle motocross e mi ricordo che bloccavo l'immagine e fotogramma per fotogramma: studiavo tutto. Quando ho iniziato a saltare praticamente sapevo già tutte le basi di impostazione tecnica, in una settimana sapevo fare un sacco di numeri”.  

Il passo successivo furono gli Energy game, una competizione organizzata dall’Enel in cui partecipò e vinse “in tale occasione conobbi Miky Monty e Massimo Bianconcini che per me erano già idoli, e mi presero a saltare con loro”. Anni di sacrifici in cui solo la passione permette di sconfiggere le fatiche fisiche “furono anni duri, lavoravo al pub magari fino alle 4 del Sabato e alle 7.00 partivo per andare a Imola ad allenarmi sulla gommapiuma. Un anno e mezzo in cui mi son fatto un culo mostruoso” ricorda Vanni.  
Guardando da dove viene, dal fatto che nessuno gli ha trasmesso la passione è evidente che se è arrivato dove è arrivato lo deve ad una grandissima forza di volontà  che lo ha portato a realizzare quello che solo pochi riescono a realizzare, vivere della propria passione. Uno sport, il freestyle in cui il rischio e l'incognita è sempre lì sulla rampa ad attenderti e probabilmente ti porta a riparametrare tutto. Una passione che ti permette di vivere emozioni uniche e gli chiedo cosa si prova quando sei lì in aria, sospeso nel vuoto “Quando sei in volo non posso dirti che emozione sto vivendo, è uno stato d’animo, uno star bene.  Uno star bene come può essere quello che ti da la vista di un tramonto dopo una giornata dura, meraviglioso”.

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Ormai Vanni è un professionista del freestyle, una passione che è diventata professione e lo porta a fare ogni volta salti di oltre 30 metri di lunghezza per 10 di altezza, realizzando figure acrobatiche che sembrano contrarie alle leggi della fisica. Sul suo sito internet ho visto le tante fratture che ha collezionato in questi anni “Per quello che rischiamo, e da inizio anno sono morti già  4 ragazzi, dovremmo essere pagati 2/3 milioni di euro, allora potrebbe essere un lavoro, oggi è ancora passione. Se non salti con la voglia di saltare ma solo per lavoro, allora diventa pericoloso e non trasmetti emozioni”. Uno sport pericoloso, che merita di essere descritto e raccontato nel modo giusto, senza cadere nella banalizzazioni tipiche di parte della stampa di settore “prima ci guardavano come dei pagliacci, dei giullari di corte, oggi invece si approcciano nel modo giusto: una disciplina pericolosa a cui danno il giusto peso. A mio avviso dovrebbe avere ancor più spazio perchè è un mondo bello e genuino”.   

Un mondo che vive in arancione con KTM " per me è una grande famiglia, un ambiente in cui tutti si danno una mano, in cui è proprio bello stare insieme, a differenza di altre case in cui sei considerato solo carne da macello”. Una famiglia in cui è approdato dopo anni di pratica, di infortuni ed oggi può dire quello che questo sport gli ha dato "a livello formativo mi ha dato  la possibilità di girare il mondo, che ritengo essere una cosa basilare per la crescita umana. Ho avuto la fortuna di passare momenti straordinari con persone straordinarie, persone che senza la mia moto non avrei mai potuto incontrare”.

Una disciplina che solo pochi possono affrontare perchè, oltre che per la costanza e determinazione necessarie per raggiungere lo scopo, richiede la capacità di andare oltre se stessi, guardare in faccia le proprie paure e  sconfiggerle “Alcune volte, poche a dir la verità, ho avuto paura ad eseguire ll backflip ma mi sono sforzato,  sbattuto le palle e l’ho fatto…con uno sforzo mostruoso ma l'ho fatto, è come saltare nel vuoto…e questo è andare contro natura. Però alla fine questo ti cambia”.

Mentre mi dice tutto questo, credo di comprendere il motivo per cui un atleta sceglie di intraprendere il Freestyle, la sfida con i propri limiti e le proprie paure, ma ancora una volta Vanni riesce, lo farà diverse volte durante il nostro incontro, a spiazzarmi “la cosa più bella di questo sport è il dare emozioni, perché con un salto a testa in giù regali emozioni uniche. Vedo le persone che assistono agli show emozionate e con il cuore pieno di speranza. Perché io sto dando speranza. Perchè vedere una moto volare con una persona sopra che fa evoluzioni, da speranza, sembra una cosa fuori dal normale ma è lì che succede a pochi metri da te. In questi anni ho viaggiato molto e mi rendo conto che in Italia c’è una sofferenza spaventosa, e regalare un'emozione di questo tipo è proprio bello”. 

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Mi colpisce il discorso della speranza, come può una moto che vola regalare speranza? Voglio approfondire questo aspetto”perché vedi se uno conosce la mia storia, i miei che non mi volevano comprare la moto, che vivo in un posto dove non c’è mezza pista di cross, che ho avuto tutto contro, e scopre che c’è l’ho fatta, questo può dare speranza: se ce l’ho fatta io ce la possono fare tanti altri”. 

Ma la percezione che ho è quello di trovarmi di fronte ad una persona che non è come tante altre, è una persona ad uno stadio di consapevolezza che soli pochi riescono a raggiungere. Una persona che alterna il professionista meticoloso al ragazzo che incontri al bar con cui scambi battute, una persona che si impegna nel sociale assumendo tratti di un giovane sciamano a due ruote “la cosa strana è che tutti i grandi campioni hanno basi di motocross mentre io non vengo da nulla, se ho qualcosa di particolare è che sono bradicardico, ho 46 battiti al minuto ed ho il cuore più grosso del normale, forse dovuta alla sindrome di Kartagener in cui tutti gli organi sono invertiti, per cui anche una semplice operazione sul mio corpo diventa difficile”. Che stia qui l'eccezionalità di Vanni? Voglio cambiar registro e far tornare la chiacchierata su binari motociclistici, e sono curioso di sapere come vede le altre grandi discipline a due ruote “Mi piace molto la superbike in cui c’è il contatto fisico e le moto sono tutte lì a giocarsela, così come mi piace molto l’Enduro e il Supercross Americano in cui l’ambiente ti fa sentire  parte di tutto, a differenza del Cross che lo vedo come molto chiuso e non mi piace molto. La Motogp non la considero proprio”.

Per Vanni è l’ambiente l'aspetto determinante, quello fatto dagli uomini e delle loro scelte e inevitabilmente chiedo com’è l’ambiente Freestyle e con la solita spontaneità va diretto “è sicuramente migliorabile. Il regolamento andrebbe rivisto ma le regole dovrebbero essere scritte dai piloti perché ora ci stiamo spingendo al di là dell’immaginazione. A me fa tristezza vedere alcuni piloti che fanno numeri - dei trick - assurdi che sono solo degli azzardi e riescono solo se tutto va alla perfezione ma che poi non servono a niente e invece di far crescere il nostro sport lo relegano a solo show. Se ti prepari per fare un trick solo per una occasione ma non sei in grado di farlo costantemente sei solo un clown”.

Uno sport che in Italia viene gestito, organizzato e coordinato dal Daboot team nelle persone  di Vanni Oddera, Massimo Bianconcini e Alvaro Dal Farra. Campioni che con la sola passione si adoperano quotidianamente per farlo conoscere e crescere e di cui Vanni rivendica l’indipendenza che ne è la pecularietà  “il nostro sport è bello e libero perché non abbiamo dietro nessuno. Mi fa ridere vedere che ai vertici di alcuni enti così come in molti assessorati e comunque in quei posti in cui si decide di sport e di moto c'è gente non è mai neanche andata in moto. Per quale motivo sono lì? Se tu devi gestire eventi e coordinare attività che trattano di sport e di due ruote devi saperne di moto…devi avere la passione, quella passione che ha portato tutti noi a guidare  una moto e ad innamorarci di questo splendido mondo”.  Un mondo che Vanni non vuole inquinato dai troppi soldi perché altrimenti si cadrebbe nei difetti delle tante altre organizzazioni come ad esempio della gestione Dorna, in cui può accedere solo chi ha soldi e nessuno ci può più provare “io spero che il Freestyle rimanga com’è perché se iniziano a girare troppi soldi ci si sporca. Il 90 per cento delle persone appena vede qualche soldo impazzisce. I soldi aiutano a sviluppare i propri sogni ma poi bisogna fermarsi lì”.

Perché molte iniziative di Vanni e  del Daboot team, non sono fatte sotto il dettame del dio denaro “Il bello del nostro gruppo è lo spirito di fratellanza e di amicizia che c’è, facciamo un sacco di eventi per beneficenza e appena ho qualche idea, come quello della Mototerapia, mi aiutano e non si tira indietro nessuno. Fanno questo perché, come per me, c’è la passione della moto e se facciamo questo, lo facciamo anche per gli altri”.

Sembra quasi un ambiente utopico quello descritto e voglio approfondire “è capitato che alcuni piloti volessero l’ingaggio per muoversi, ma alla fine gli abbiamo fatto cambiare idea oppure alla fine si sono allontanati di loro volontà.  Su questo aspetto siamo molto rigidi. Alla fine alcuni piloti, soprattutto quelli esteri,  si credono delle rockstar, ma devono solo capire che siamo solo dei sacchi di carne e ossa”. Semplificazione estrema di ciò che rimane dopo una caduta  “molti tornano coi piedi per  terra solo dopo un infortunio, ma non devi aspettare che ciò avvenga”.

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E’ in fase di chiusura dell’intervista che emerge l’essenza di Vanni e il punto di incontro di tutti i lati e le diverse sfacettature dell'uomo Vanni Oddera, quando gli chiedo l’emozione più grande che ha vissuto “non c’è né una più intensa. La mia vita è tutta un'emozione continua, una delle cose che più mi ha insegnato il Freestyle motocross è che affrontando ogni volta la paura, praticando uno sport che da tanto ma che da un momento all’altro può toglierti tutto, ho imparato ad apprezzare ogni singolo momento che vivo, cosa che prima non facevo. La mia vita è una continua emozione”. Sebbene di indubbio impatto gli faccio nuovamente la domanda, chiedendogli di identificare un evento o un episodio, come per alcuni è stata la nascita di un figlio, la conquista di un mondiale ma comunque episodi specifici, ma Vanni è sincero e mi sembra di essere davanti allo schermo di un pc quando vado sulla funzione "cerca" ma come risposta ho il messaggio "file non trovato" perchè Vanni sinceramente e con una spontaneità spiazzante ribadisce “non posso dirtela, perché vivo le stesse emozioni saltando davanti a 130 mila persone, vincendo una gara, guardando un tramonto o forse ancor di più quando faccio Mototerapia”.  

Una persona che si nutre di emozioni pure ed essenziali, a conferma di questo è la mancanza di trofei o altri oggetti autocelebrativi “io non ritiro mai trofei, perché quando muori ti porti dietro solo l’esperienza e le emozioni vissute, non sono legato agli oggetti, non sono uno che vive per gli oggetti o che da un'anima agli oggetti, neanche alle moto” questa frase mi lascia disorientato perché per me un motociclista, soprattutto un atleta che con la moto rischia la vita ad ogni salto, ha bisogno di creare un contatto quasi spirituale con la moto perché io con la moto ci parlo, ci scherzo e mi fa specie sentire definire la moto come un semplice oggetto "la moto mi piace ma non ci parlo. Io son convinto di cavalcare un anima e quest’anima si sposta dove mi sposto io.  Da quando ho iniziato avrò cambiato una trentina di moto ed è sempre lei - l'anima - che mi segue da una moto all’altra. E’ lei che mi segue ovunque vado” non c’è altro da aggiungere, rimango spiazzato ancora una volta e decido di fermarmi qui. 
Passerò altro piacevole tempo con Vanni tra i suoi amici, nella sua Pontinvrea e guardarlo nel ristorante di famiglia, nel suo ambiente, ho l’impressione di trovarmi di fronte ad una persona che ha trovato un equilibrio raro, una forma di consapevolezza superiore che riesce a mettere in pratica nella vita quotidiana alternando ed alimentando tutti gli aspetti ed i lati che formano l'essere umano.

In moto, sulla via del ritorno, penso solo a come vorrei che anche solo una piccola parte di quanto detto da Vanni, possa realizzarsi, ma soprattutto mi piacerebbe che tutti coloro, motociclisti e non, oltre alla beneficenza monetaria, decidano di dedicare anche solo un'ora del proprio tempo verso chi è meno fortunato.

GRAZIE VANNI!!!

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