Marco Belli - L'incontro

Il ritrovo è sulle sponde del lago di Varese, vicino all’azienda di famiglia. Marco arriva con la sua moto, la splendida Zaeta, ci trasferiamo in un chiosco e iniziamo la nostra chiacchierata. “Non ho molto tempo, alle 15 deve arrivare un camion e devo essere in azienda”, già da queste premesse si capisce l’uomo concreto e responsabile che mi trovo di fronte a dispetto del fare da ragazzo scalmanato che potrebbe apparire, anche alla luce della disciplina che ha scelto di praticare e di cui poi è diventato un campione plurititolato

“con la mia prima moto, quella con cui andavo a scuola, la domenica toglievo il freno davanti ed andavo a Castiglione Olona a seguire le lezioni di traverso. Spesso mi dimenticavo di  averlo tolto e andavo a schiantarmi, arrivavo lungo, un sacco di cadute, ne combinavo di ogni.”

Da quelle prime botte sono passati diversi anni e Marco Belli oggi è una istituzione nel mondo del traverso, gode di massimo rispetto da parte di tutto l’ambiente ed è socio nell’unico marchio al mondo che costruisce moto da flat track ad uso stradale, vere e proprio opere d’arte in movimento: Zaeta. Un modo di intendere la moto, ma anche la vita, diverso dal consueto, dalla strada dritta, Zaeta come equilibrio precario del traverso.  

Marco Belli, go fast turn left, così recita il suo motto, è l’anima race di questa moto, ed è naturale chiedersi fra le tante discipline a due ruote che un ragazzo poteva abbracciare perché ha scelto il traverso, da dove nasce una passione. “Ai tempi c’era casa dei miei, casa di mio nonno e poi un megafrutteto che successivamente mio nonno ha trasformato  nell'azienda che oggi è l’Elettronica Belli dove produciamo accessori auto-moto, principalmente avvisatori acustici. Poi un amico di mio papà, Marco Lazzati, correva ed il mio vicino di casa era quel genio di Lino Tonti. La moto è stata sempre parte della mia famiglia”. Le moto a far da contorno alla sua quotidianità e il piazzale dell’azienda di famiglia il luogo in cui mettere alla prova se stessi e divertirsi nelle derapate che tanto fanno divertire i ragazzi, il punto di svolta verrà quando scopre una scuola di traverso vicino a casa “all’interno dell’azienda c’era questo ovale in cui mi divertivo, come tutti i bambini, a far le derapate con il motorino.  Poi dopo arrivò la prima vera moto: una Cagiva SST  presa a 40 mila lire da un rotamat (demolitore NDR).  Avevo sentito la possibilità di partecipare a questa scuola della derapata, che teneva Mauro Pasquali e Giorgio Ceccarello all’ovale di Castiglione Olona così la modificai, mi iscrissi e lì iniziò tutto.” Se Marco Belli è arrivato ad essere l’italiano più vincente in questa disciplina lo si deve probabilmente a quella prima volta, quella che ti cambia per sempre e poi niente sarà più come prima, ed è dal timbro della voce di Marco e dal trasporto con cui ne parla che si percepisce l’amore per questo sport  “Quando ho provato a girare in ovale è stata una emozione indescrivibile, non ho capito più niente: come andare sulle uova. Un unico pensiero “Ci sto o non ci sto…”. E’ una roba che mi è scoppiata dentro”.

Il primo passo di un percorso che lo avrebbe portato  a conquistare grandissimi traguardi. Prima in territorio nazionale, poi, come troppo spesso accade per alcune discipline, i nostri atleti per valorizzare il loro talento e poter raccogliere risultati, devono andare all’estero perché da noi mancano strutture e pianificazione, tocchiamo anche questo argomento “nel ’92 al Motor Show ci fu la volontà di promuovere la disciplina, si stava cercando di farla decollare  ma poi iniziò il movimento dei motard che richiamò più persone perché garantiva l’accesso alle piste e di fatto venne abbandonata. Lì è andato un po in crisi il tutto.”

Eppure se Marco è la persona più autorevole del settore è perché da ragazzino ha potuto varcare il cancello di una pista a forma di ovale e non posso non chiedere che fine ha fatto quella pista, “A suo tempo ci fu un interessamento anche della Coca-Cola per fare dei mondiali di Speedway però essendo attorniata da  case non se ne fece nulla. Oggi al suo posto ci sono due campi da calcio.”  Mi chiedo se la sua esperienza possa ripetersi, se un ragazzo oggi potrebbe avere la possibilità di emergere e gli chiedo qual è il panorama nazionale della disciplina “Da noi  c’è campionato italiano, rinato dopo un incontro che ebbi in Eicma con Armando Castagna, ed una FIM cup. Oggi a livello nazionale i piloti iscritti sono oltre 20, magari sono pochi ma se li  paragoni a 4 anni fa sono tantissimi.”

Tuttavia sono numeri bassi per una disciplina dal contenuto spettacolare altissimo, da un grandissimo valore intrinseco, una di quelle discipline in grado di trasmettere pura emozione “ un po’ di interesse si sta sviluppando. Quello che servirebbe è un grosso sponsor in grado di far decollare la disciplina . Il flat track è una disciplina di contatto, immediata,  hai  tutto lì davanti: emozione pura. Non abbiamo inventato niente, ce lo hanno insegnato i romani, basta un piazzale e lo spettacolo è assicurato”.

Basterebbe un piazzale eppure la realtà è diversa, quanto si è investito in questi anni, quante sono le piste in Italia ? “Oggi ci sono 2 o  3 piste e fortunatamente c’è la possibilità di entrare in ippodromi. Qualcuno lo consente, altri no”.

Chiedo a chi va imputata questa mancata volontà di investire nel prodotto, nella disciplina “ a livello di federazione al momento buono hanno risposto, sono stato inserito nel comitato Speedway flat track. Il fatto è che la federazione da titoli e carta bianca ma finché come comitato non hai  possibilità di investire un centesimo hai voglia di andare negli ippodromi a dire siamo belli siamo fighi”. Se pensiamo ad oggi, come sta andando l’ambiente dell'ippica e dei costi di manutenzione di un ippodromo la soluzione potrebbe anche non essere proibitiva e profittevole per entrambi gli attori “ Prendi un ippodromo abbandonato e fai un centro. Magari un centro come quello in cui Marco ha provato quella sensazione di andare sulle uova e che poi lo ha portato anni più tardi a creare una moto unica e giustamente  mi ricorda “l’unico produttore di motori per moto di speedway  al mondo è in italia e si chiama Marzotto. L’unico produttore di moto di flart track è  italiano e si chiama Zaeta”...eppure abbiamo solo 3 piste. Evidentemente questo tipo di valutazioni e le relative scelte sono impossibili da prendere in strutture elefantiache, che sembrano carrozzoni troppo politicizzati dove se non sei inserito adeguatamente alcune battaglie sono impossibili da portare avanti.

Così dopo aver vinto due campionati italiani la scelta inevitabile fu andare dove la disciplina oltre ad essere capita veniva promossa “ In Inghilterra si stava sviluppando un bel campionato ed ho iniziato il mio viaggio continuo, avanti- indietro col mio furgone. Vinsi tre campionati: 2005-2006-2008. In particolare nel 2008 come pilota ufficiale CCM mi sono preso belle soddisfazioni”.

Soddisfazioni che portano a emozioni, gli chiedo qual'è stata l'emozione più grande vissuta “ L’emozione più grande è stata la prima  volta alla  Pikes Peaks, perché sono partito con uno zainetto da solo. Anche lì... ricordo che andai in federazione è chiesi come avrei potuto partecipare e mi dissero che era impossibile. Feci tutto da solo a quel punto, mi sbattei un po’, feci un giro di chiamate e poi partii per Denver. Arrivato presi prima un furgone e poi  una moto a noleggio e andai a Colorado. Iniziai a conoscere amici, feci un po di test e partecipai alla gara: finii secondo. Da solo, con uno zainetto e con una moto presa a noleggio”.

La famosa terra delle opportunità, una terra di cui Marco è innamorato “Quando vado negli States trovo rispetto. Qui non ti guardano neanche. Qui siamo provinciali che spendono un sacco di soldi solo per apparire.  Da noi o hai la Honda del 2026 o non ti metti a competere, e questo atteggiamento distrugge. Là invece si mettono per terra nel fango a cambiarsi le gomme.  Là prima sei efficace e poi guardi il resto, ognuno è libero di fare quello che vuole ma sono molto concreti,  c’è la libidine del ragazzino, qui da noi apparenza e piacere di parlare a vanvera”.

Fare gli sboroni per dirla tutta, la sensazione opposta che trasmette Marco, perché nonostante le sue tante esperienze, l’aver ricevuto complimenti da gente come Spencer o Rossi, solo per nominare piloti conosciuti ai più, sembra di parlare con il compagno di banco, un amico di infanzia, una persona tutta sostanza, diretta e concreta. Non a caso quello che ha ottenuto è stato conquistato con sudore e sacrificio “Ho sputato tanta anima, però mi sono preso soddisfazioni che ripagano tutto. Magari non ti compri i jeans ma prendi il tuo aereo, magari salti qualche pasto ma ti fai la tua gara”. Oggi Marco ha la responsabilità dell'azienda di famiglia, dei dipendenti che lo hanno visto crescere e per cui si batte quotidianamente per garantirgli occupazione. Vista la tipologia di prodotto sarebbe più facile, in tanti lo hanno fatto, importare materiale dalla Cina e con poche operazioni commercializzarlo in Italia, invece resiste e lotta. Nelle moto avrebbe anche potuto percorrere la strada del professionismo “In Europa è impossibile vivere della professione, io mi considero un  fortunato perché ho l’azienda di famiglia e se questo impone grosse responsabilità, dall'altra mi permette di avere orari flessibili. Tuttavia le esigenze, in primo luogo quelle familiari, sono tante, e per quanto tu possa avere una passione se questa va a incidere sulla quotidianità  non va bene. Non è concepibile che un genitore viva più esperienze del proprio figlio”.

Marco oggi è padre di due splendidi bambini e sembra aver trovato un suo equilibrio, seppur andando sempre di traverso. Quello che impressiona in Marco è che le sue considerazioni non sono teorie o congetture, lui parla della vita vissuta, di quello che ha toccato con mano. E' l'esperienza non la teoria che parla, così come quando mi racconta della sua esperienza negli States “Sempre alla ricerca di stimoli, di nuovi campionati, ero andato a correre negli Stati Uniti dove vinsi il titolo Over 30 anni, sullo short track e sul miglio, e poi dopo aver  preso la licenza PRO SPORT provai a qualificarmi alla gara di Daytona.  Nelle qualificazioni feci un giro dietro a Chris Carr (vincitore di 7 titoli flat track, una leggenda per questa disciplina, NDR) e feci un tempo di  0,7 centesimi superiore al suo. Dei 120 partecipanti il mio tempo era il 78mo. Allora capii che se vuoi fare il professionista, trattandosi di centesimi, la tua vita deve essere esclusivamente quella”. 

Fu in quella gara che però fece l’incontro che segnerà la sua seconda vita a due ruote, quella con i futuri soci di Zaeta ”Durante quel sogno incontrai Paolo Chiaia e Massimo Rizzo che erano andati a vedere la Bike Week,  da quell’ incontro iniziò tutto”.

Paolo Chiaia è un sognatore, uno di quei geni che tutto il mondo dovrebbe invidiarci: un visionario. Un uomo che aveva l’idea di realizzare una moto estrema, con un rapporto peso/potenza esagerato, simile a quelle che si davano battaglia a Daytona, quelle che vanno di traverso, ma per uso stradale. Le grandi opere nascono quando il genio non è solo estro o visione ma dimostra di essere una persona concreta e conscia dei propri limiti e va alla ricerca di chi può colmare le sue lacune. Così Chiaia si rivolse a Belli, colui che, nella precedente esperienza con la CCM di cui era pilota ufficiale, aveva già dimostrato di avere competenze nello sviluppare una moto da flart track, “Il modello FT 510 è stato realizzato dietro mio input. Poi CCM si è dedicata totalmente al cross con un progetto molto particolare ed ora fanno grosse commissioni per gli eserciti”. Per Marco una porta che si chiude ed un portone che si apre” Nello stesso tempo quando è finita l’avventura CCM è iniziata l’avventura Zaeta.  Con Zaeta però si va oltre alla consulenza tecnica o a consigli, con Zaeta costruisci  la moto da zero: geometrie, telaio, plastiche, telaio , tutto nasce e viene realizzato sotto nostra indicazione”.

Da quel primo incontro sono passati alcuni anni ed alcuni modelli di moto sono state prodotte ed ormai Zaeta è un brand affermato “Pensiamo di essere una piccola realtà e ci siamo: abbiamo passato lo scoglio. L’investimento è stato alto ma non ci siamo bruciati, fondamentale è stato poter godere di sinergie che permettono di risparmiare”. L’idea di fare azienda in Italia è da ammirare ed è anche per questo che Zaeta, come tante altre realtà, dovrebbe essere valorizzate da enti più grandi, quelli che dovrebbero promuovere le nostre eccellenze, invece le battaglie sono quelle tipiche di una piccola realtà produttiva “essendo piccoli non abbiamo accesso a tante forniture convenientiOgni santissimo giorno si perde tempo con stronzate burocratiche che sottraggono tempo e risorse a quello che dovrebbe essere il tempo per far cassa e spuntare condizioni favorevoli.”.

Alla fine però mi cade l’occhio su quella moto parcheggiata poco lontana, attorniata da 5 persone che la guardano ammirati, e gli dico che il fatto di non aver aiuti forse dovrebbe maggiormente gratificarli e renderli orgogliosi “E vero, non hai aiuti e da una parte tanto di cappello  ma dall’altra parte sputi l’anima. Tutti questi capelli bianchi mi sono venuti da quando è iniziata quest’avventura” conclude lasciandosi andare in una risata, si guarda intorno un attimo e poi aggiunge “Se però oggi non osi un pochino come noi abbiamo fatto con Zaeta, poi il rimpianto rimane”.



 

 

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