Kevin Ferrari. Un salto interrotto troppo presto

Avremmo voluto scrivere di Kevin celebrando una sua vittoria. Una vittoria in una delle discipline più difficili e pericolose al mondo, il freestyle motocross. Quella disciplina che aveva scelto di praticare e che in poco tempo lo aveva visto divenire uno dei migliori rappresentanti italiani. Volevamo celebrare una sua vittoria, perchè siamo sicuri che tra poco tempo avrebbe vinto qualcosa di importante, aveva un talento innato, inventiva e tutte quelle doti che solo i grandi possiedono. Eppure siamo qui a ricordare un ragazzo di neanche 25 anni che troppo presto ha interrotto il salto sulla sua rampa.

Kevin era un pilota di freestyle motocross: saltava, prendeva la rampa e volava nel cielo. Lì poi dava forma alle sue idee, al suo essere e faceva quello che gli riusciva meglio: trasmetteva emozioni. Era bravo nel fare questo, tanto bravo, tutti se ne erano accorti: esperti e non.  I suoi colleghi lo sapevano, lui era uno ok, come lo hanno definito. Aveva tecnica e armonia insieme, sembrava che i numeri che faceva, che spesso erano ai confini della fisica, gli venissero naturali come per noi è camminare o correre. Era stato preso sotto le ali del campionissimo Bianconcini e i progressi erano continui, costanti, sarebbe arrivato a grandissimi livelli.

Forse anche per questo che venne scelto per condurre una parte di Born to Ride, la trasmissione televisiva che gli aveva dato ulteriore visibilità e aveva fatto conoscere realmente il mondo del freestyle, con tutto lo studio, allenamento e il tanto sacrificio che richiede, a chi magari etichetta come semplice intrattenimento le esibizioni di atleti che rischiano la vita ad ogni salto.

Atleti che hanno messo la passione prima di tutto e con tantissime rinunce hanno inseguito il loro sogno: quello di volare. Beh Kevin volava e volava alla grande. Senza mani, con la moto a lato, sdraiato sopra, a testa all'ingiù, Kevin volava.

Kevin però quando tornava a terra era un ragazzo disponibile e dal grande cuore, come tutti quelli che fanno parte della sua seconda famiglia, la famiglia professionale, il Daboot.  Alvaro, Massimo, Maurizio, Carlo, Miki, Vanni, Davide, Leo e tutti gli altri. Una grande famiglia che in una serata di Gennaio, improvvisamente, si è trovata scolvolta e vuota. Tra loro a volte si chiamano fratelli, hanno un legame importante, quel legame che solo le grandi emozioni, i grandi momenti sanno creare, e Kevin era un fratello.

Kevin come gli altri del Daboot spesso metteva gli altri prima di se stesso. Quando Vanni chiamava per la mototerapia lui rispondeva, caricava la moto nel furgone e si sobbarcava chilometri di strada per essere attore protagonista di uno show gratuito a favore di ragazzi disabili, solo per la gioia di dare, donare emozioni.

E' questo ciò che faceva: regalava emozioni al pubblico e per farlo metteva a rischio la propria vita. Questo è il freestyle. Per far battere il cuore al pubblico, per farlo emozionare, questi piloti rischiano tutto. Tutto.

Forse per questo i piloti del freestyle sono speciali, piloti che hanno qualcosa in più. Del resto basta vedere chi sono i loro primi fan, i primi tifosi per rendersene conto: i bambini. Nella fanciullezza si cela la verità e la bellezza, è la purezza del bambino a sancire la nobiltà d'animo, i bambini li riconoscono, e i loro sorrisi,  le loro grida di gioia alla vista dei trick indicano lo spessore, prima umano poi professionale, di questi atleti.

Persone che rischiano tutto per un grido di gioia di un bambino, per regalare una giornata indimenticabile.

A volte questo rischio però si concretizza in tutta la sua durezza e diventa un sacrificio pesantissimo. E' questione di un attimo, la moto che si ammutolisce, che perde un colpo, può essere la catena che si spezza, a volte anche un vento improvviso e il numero fatto centinaia di volte non viene, il trick non si chiude. Ecco che allora subentra il fato, il destino, la fortuna o la sfortuna. A volte solo un grande spavento, tanta paura ma poi in piedi a ricevere applausi. A volte questo non succede e si rimane a terra: questione di attimi, momenti, traiettorie.

Questa volta il back flip non si è chiuso e Kevin è entrato in quel club dei "giovani per sempre", di coloro che non invecchieranno mai. Quelle rare persone che sono morte facendo quello che gli piaceva. Quelli che sono morti mentre vivevano il loro sogno e hanno assaporato a fondo la vita proprio perchè giocavano continuamente con la sua antagonista. Forse è vero che chi muore giovane è caro agli dei.

Da parte nostra vogliamo ringraziare Kevin per tutto quello che ci ha dato. GRAZIE

 

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