Il 31 ottobre 1999, sul circuito Oscar Alfredo Gálvez di Buenos Aires, Marco Melandri tagliava il traguardo del Gran Premio d’Argentina davanti a tutti. Aveva appena vinto la sua quinta gara stagionale, ma quando si fermò capì che quella vittoria non sarebbe bastata. Il titolo mondiale della 125cc era finito nelle mani di Emilio Alzamora, secondo al traguardo a poco più di due decimi. Alzamora diventava campione del mondo senza aver vinto nemmeno un Gran Premio in tutta la stagione.
Ventisette anni dopo, quel campionato racconta ancora due modi opposti di affrontare una stagione: le vittorie da una parte, la regolarità dall’altra. In mezzo, un punto conquistato in modo rocambolesco dall’altra parte del mondo e un ultimo giro che ha fatto discutere a lungo.
Due protagonisti, due stagioni differenti
Nel 1999 Marco Melandri aveva 17 anni. Il ravennate era già una delle promesse più interessanti del motociclismo italiano. Nel 1998, la sua prima stagione completa nel mondiale, aveva vinto ad Assen quando non aveva ancora compiuto 16 anni, diventando il più giovane vincitore di un Gran Premio fino a quel momento. Aveva chiuso il campionato al terzo posto con due vittorie.
Nel 1999 restava sulla Honda RS125 del team Benetton Playlife. Il suo compagno di squadra era il giapponese Masao Azuma.
La stagione, però, era iniziata nel peggiore dei modi. Al debutto in Malesia, sul nuovo circuito di Sepang, Melandri cadde e si fratturò il radio sinistro. Saltò la gara malese e anche quella successiva in Giappone. Al rientro a Jerez arrivò un ritiro. Dopo tre Gran Premi aveva zero punti.
Nel frattempo Azuma volava: vinse le prime tre gare della stagione, e a metà campionato aveva già cinque successi.
Poi arrivò la reazione di Melandri. Secondo al Mugello, terzo a Barcellona, poi tre vittorie consecutive al Sachsenring, a Brno e a Imola. Il ritiro di Valencia gli costò punti pesantissimi, ma il romagnolo si rifece subito vincendo a Phillip Island. Seguirono un terzo posto in Sudafrica e un secondo a Rio. Quattro delle sue cinque vittorie arrivarono nelle ultime sette gare.
Dall’altra parte c’era Emilio Alzamora, spagnolo di Lleida, in sella alla Honda del Via Digital Team, guidato da Ángel Nieto, il pilota con più titoli nelle piccole cilindrate. Alzamora non era un debuttante: aveva già vinto due Gran Premi, in Argentina nel 1995 e ad Assen nel 1996. Poi aveva tentato il salto in 250, ma una stagione segnata dagli infortuni lo aveva riportato in 125.
Nel 1999 la sua stagione seguì una strada completamente diversa da quella di Melandri. Nessuna vittoria, ma una capacità straordinaria di raccogliere punti: cinque secondi posti, cinque terzi, quasi sempre nelle posizioni che contavano. Un campionato costruito sulla regolarità. Alla fine si sarebbe rivelato vincente, ma solo grazie a un episodio che quasi nessuno notò.

Phillip Island: il punto che vale un mondiale
3 ottobre 1999, Gran Premio d’Australia. Melandri vinse davanti a Lucio Cecchinello. Alzamora girò a lungo in terza posizione, poi a tre giri dalla fine cadde. Ripartì sedicesimo, fuori dalla zona punti.
Il suo compagno di squadra, Ángel Nieto Jr., figlio del capo squadra, era dodicesimo. Quando arrivò sul rettilineo finale vide il padre e gli uomini del box sbracciarsi dal muretto. Gli chiedevano di rallentare. Nieto Jr. capì, si spostò all’esterno e si fermò quasi del tutto a pochi metri dalla linea del traguardo. Attese che Alzamora uscisse dall’ultima curva e lo lasciò passare. Alzamora chiuse quindicesimo, Nieto Jr. diciottesimo.
Quel quindicesimo posto valeva un punto. Senza quel punto Alzamora avrebbe chiuso il campionato a pari punti con Melandri, e il titolo sarebbe andato all’italiano grazie al maggior numero di vittorie.
Buenos Aires, 31 ottobre: tutto si decide all’ultima gara
Alla vigilia dell’ultimo appuntamento la classifica diceva Alzamora 207 punti, Melandri 201, Azuma 190. Anche il giapponese era ancora matematicamente in corsa. Ad Alzamora bastava arrivare secondo per conquistare il titolo, anche se Melandri avesse vinto.
Al via fu Roberto Locatelli a prendere il comando, seguito da Melandri e Alzamora. Azuma uscì subito di scena con una caduta al secondo giro. La sfida diventò un duello a due.
Melandri passò in testa e allungò, ma vincere non bastava: serviva che qualcuno si infilasse tra lui e Alzamora. Nel finale il romagnolo fece l’unica cosa che gli restava. Rallentò, si fece raggiungere dal rivale e provò a ostacolarlo, arrivando quasi a spingerlo fuori traiettoria, nella speranza che Locatelli o qualcun altro ne approfittasse.
Il tentativo non riuscì.
Melandri vinse con 0,219 secondi di vantaggio su Alzamora, con Locatelli terzo. Fu una vittoria amara, perché il titolo era deciso.
Un campione senza vittorie e un vincitore senza corona
La classifica finale del Mondiale 125 del 1999 consegnò un verdetto destinato a entrare nella storia:
Emilio Alzamora: 227 punti, campione del mondo.
Marco Melandri: 226 punti, secondo classificato.
Masao Azuma: 190 punti, terzo.
Un solo punto di differenza tra i primi due.
Alzamora aveva conquistato il mondiale senza vincere una gara, con dieci podi: cinque secondi posti e cinque terzi. Melandri e Azuma avevano vinto cinque Gran Premi a testa. Melandri, però, aveva pagato carissimo le due gare saltate per l’infortunio e i ritiri di Jerez e Valencia.
Il finale di Buenos Aires lasciò una coda polemica, e le critiche alla manovra di Melandri furono dure. Lui stesso, anni dopo, ha ammesso di aver perso la lucidità negli ultimi giri. In un’intervista a Sky Sport del 2023 ha definito quel titolo sfumato “una grandissima delusione, ma anche una lezione di vita”. sky
Dopo il 1999
Per Melandri il riscatto arrivò nel 2002. Con l’Aprilia conquistò il Mondiale 250 vincendo nove gare, e diventò il più giovane campione della quarto di litro fino a quel momento. Poi arrivarono la MotoGP, con il secondo posto nel 2005 alle spalle di Valentino Rossi, e una lunga carriera in Superbike.
Alzamora dimostrò di saper anche vincere. Nel 2000, ancora in 125, si impose a Jerez e in Portogallo e chiuse il campionato al terzo posto. Corse poi due stagioni in 250 e si ritirò nel 2003. Il titolo del 1999 rimase il punto più alto della sua carriera da pilota. Fuori dalla pista ha costruito un secondo percorso di successo: dal 2005 dirige la scuola Monlau Competición ed è diventato il manager di Marc Márquez.
Il suo nome resta legato a un’impresa rarissima. Prima di lui solo Manuel Herreros, nell’ultimo mondiale della classe 80 nel 1989, era diventato campione del mondo senza vincere una gara.
Il 31 ottobre 1999 non si decise soltanto un mondiale per un punto. Si sfidarono la velocità di un ragazzo di 17 anni e la regolarità di un avversario che seppe sfruttare ogni occasione, compreso un punto raccolto rialzandosi da terra a Phillip Island. Da una parte la frustrazione di una vittoria che non bastava, dall’altra la gioia di un titolo conquistato senza mai salire sul gradino più alto del podio.
Nel motociclismo si corre per vincere le gare, ma è il campionato a stabilire chi diventa campione del mondo. Nel 1999 la differenza la fece un pilota che rallentò fino a fermarsi, a pochi metri da un traguardo dall’altra parte del mondo.
