Bruno Spaggiari (1933-2026), una vita in sella per la Ducati

Bruno Spaggiari (1933-2026), una vita in sella per la Ducati

Alla Rivazza, all’ultimo giro della prima 200 Miglia di Imola, la Ducati 750 di Bruno Spaggiari si spense: le mancava un bicchierino di benzina. Arrivò al traguardo per inerzia, secondo dietro Paul Smart. Era il 23 aprile 1972 e Spaggiari aveva 39 anni.

È morto venerdì 23 ottobre, a 93 anni. Viveva a Quattro Castella, sulle colline sopra Reggio Emilia, la città dove era nato l’11 gennaio 1933.

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La bici, poi il Cucciolo

Veniva da una famiglia povera e da ragazzo provò prima con il ciclismo. Andò male, e lui spiegava il motivo senza girarci intorno: “Andavo forte in salita, però poi mi perdevo in discesa perché avevo paura”.

La prima moto fu un Cucciolo. Nel 1953, a vent’anni, debuttò in gara nella Vezzano-Casina, la cronoscalata di casa, con una Gitane due tempi della scuderia di Giorgio Tanzini. L’anno dopo tornò sulla stessa salita con una Gitan 175 quattro tempi e la vinse. Nel 1954 corse anche con una Gabbiano 175 e una Laverda 75.

Il provino di Modena e i soldi di Taglioni

L’ingresso in Ducati passò da una selezione di massa. Nel 1954 la casa di Borgo Panigale convocò all’Aerautodromo di Modena circa duecento aspiranti piloti, con l’idea di affidare le Marianna ufficiali ai migliori in vista del Motogiro. Ne passarono 37. Nella graduatoria del direttore sportivo Lolli, Spaggiari era sesto.

Restava una seconda prova, a Monza, e lui non aveva i soldi per arrivarci. Quando la cosa arrivò all’orecchio di Fabio Taglioni, l’ingegnere lo fece chiamare in fabbrica, lo tranquillizzò e lo accompagnò di persona in amministrazione per fargli anticipare le spese del viaggio. Da quel momento il rapporto tra i due non si interruppe più: Spaggiari diventò per Taglioni il pilota e il collaudatore di cui fidarsi.

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Gli anni della Marianna

La Gran Sport 100, la “Marianna”, era la prima moto disegnata da Taglioni in Ducati, nata per le grandi corse di gran fondo su strada aperta. Spaggiari la portò nelle due gare simbolo di quegli anni, il Motogiro d’Italia e la Milano-Taranto, una tappa unica dall’Idroscalo di Milano alla Puglia, con partenza a mezzanotte.

In squadra aveva Gianni Degli Antoni, Francesco Villa, Giuliano Maoggi e soprattutto Alberto Gandossi, con cui formò una coppia molto efficace. I due avevano stili opposti: Gandossi attaccava di istinto, Spaggiari era il pilota che ragionava la gara.

La prima vittoria con la Marianna arrivò a Cosenza nel 1955. Al Motogiro del 1956 chiuse terzo nella 100 Sport, con due successi di tappa. Nel 1956-57 vinse moltissime gare nella 125 juniores e, in coppia con Gandossi, la 24 Ore del Montjuïc a Barcellona.

Nel 1956 Taglioni voleva affidare a lui un tentativo di record mondiale a Monza con una Marianna 98 cc carenata a siluro. Alla fine i conti di una Ducati sempre in affanno pesarono più della velocità: la squadra scelse Ciceri e Carini, meno forti in pista ma con sponsor personali che coprivano le spese.

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1958: Alessandria e Monza

Il 1958 è la sua stagione migliore, e si gioca in due gare.

La prima è sul circuito cittadino di Alessandria. Spaggiari parte in testa con la 125 Desmo e dopo 14 giri ha 12 secondi su Ubbiali e Provini, entrambi su MV. Poi cade e si rompe la clavicola destra. Risale in moto, riprende prima Provini e al 35° giro raggiunge Ubbiali, che batte allo sprint. Con quella vittoria conquista anche il titolo italiano seniores. Sul podio sviene per il dolore e la fatica. Lo sforzo lo costringe a mesi di stop.

La seconda è il Gran Premio delle Nazioni a Monza, al rientro dall’infortunio. È la sua prima gara del Mondiale e la vince: dietro di lui altre quattro Ducati 125 Desmo, e tutti gli altri piloti doppiati. Resterà la sua unica vittoria iridata. Quell’anno si prende anche il GP di Modena.

Lontano da Borgo Panigale

Quando la Ducati si ritirò dalle corse ufficiali, Spaggiari firmò con la MV Agusta per il 1960, come seconda guida di Carlo Ubbiali. Fu la sua stagione migliore nel Mondiale, chiusa al quarto posto nella 125. Gli ordini di scuderia però non li digeriva, e nel 1961 passò alla Benelli.

Nel 1962 la Ducati tornò a interessarsi alle corse e lui colse l’occasione, correndo soprattutto in Spagna con la Mototrans, la consociata spagnola della casa bolognese. Nel 1964 tornò in MV, che rimise in pista per lui la 125 GP bialbero: con quella vinse il suo secondo titolo italiano seniores. Lo stesso anno vinse di nuovo la 24 Ore del Montjuïc, in coppia con Mandolini, su una Ducati 285 preparata da Armaroli e iscritta dalla Mototrans.

Nel 1965 in Spagna vinse 125 e 250 al GP de La Coruña, sul circuito di Riazor, e poi la 125 a Valladolid e a Bilbao. Nel 1966, per una sola gara, corse a Modena con una Morini 250 monocilindrica bialbero e arrivò secondo dietro la Benelli quattro cilindri di Provini.

Negli anni Sessanta fu uno dei piloti più seguiti della Mototemporada Romagnola, le gare di inizio stagione a Cesenatico, Milano Marittima, Riccione e Rimini che richiamavano i migliori piloti del mondo.

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Il collaudatore

Dal 1965 al 1974 fu pilota collaudatore ufficiale Ducati. Lavorò sullo sviluppo della 125 GP quattro cilindri e delle Mototrans 250 e 350 quattro cilindri, moto che non arrivarono mai a correre. Chi lavorava con lui lo descriveva come un tecnico preciso nella messa a punto, capace di dire ai meccanici cosa voleva e cosa toccare prima della gara.

Dal 1968 al 1970 corse con le monocilindriche 250, 350 e 450 da GP derivate dalle Desmo di serie, gestite dalla scuderia Speedy Gonzales. Nel 1969 raccolse una lunga serie di piazzamenti con la 350, e anche con una 500 ricavata da quel motore. Dal 1971 passò alla 500 GP bicilindrica a L.

Madrid, 1967

In quegli anni viveva a Barcellona, pilota e collaudatore per la Mototrans. Nel 1967, al Gran Premio d’Autunno di Madrid, Angelo Bergamonti era nettamente in testa nella 250 quando, doppiando un pilota più lento, finì a terra insieme a lui. La moto dell’altro lo colpì: frattura della base cranica e coma, con i medici che davano pochissime speranze.

La moglie di Bergamonti, Rosa, era in Spagna con le figlie piccole. Spaggiari, che stimava Bergamonti come pilota e come persona, rimase vicino alla famiglia per tutto il ricovero insieme a Findlay, e alla fine riaccompagnò in aereo madre e bambine a Milano. È stata Rosa Bergamonti a raccontarlo più volte.

1972-Smart-e-Spaggiari Bruno Spaggiari (1933-2026), una vita in sella per la Ducati

Imola 1972, giro per giro

Per la prima 200 Miglia la Ducati schierò quattro 750 derivate dalla 750 Sport con teste desmodromiche, quelle da cui sarebbe nata la 750 SS. Spaggiari correva col numero 9.

Non era la prima scelta della squadra. Ducati aveva provato a ingaggiare Saarinen, Sheene e Pasolini, ma nel 1972 non era ancora un marchio credibile nelle grosse cilindrate, e i big dissero di no. Si puntò allora su piloti esperti ma meno famosi, tra cui lui, che di Ducati da corsa ne aveva guidate per quasi vent’anni.

Al via Agostini scappò con la MV 750. Quando la MV si ritirò, la corsa diventò un affare tra le due Ducati di Spaggiari e Smart. Nico Cereghini, che era sulle tribune, ricorda Spaggiari in testa per gran parte della gara, quasi sempre davanti all’inglese. Secondo i rilevamenti cronometrici il reggiano aveva un leggero vantaggio e ancora margine sulla moto, mentre Smart era al limite, soprattutto con le gomme. All’ultimo giro il serbatoio rimase a secco.

Su quella benzina mancante non c’è mai stata una versione unica.

  • La versione di Spaggiari: sostenne sempre che gli fosse stato messo meno carburante di proposito, per favorire la vittoria di un inglese mentre la Ducati puntava al mercato britannico. Ducati ha sempre smentito.
  • La versione di Franco Farnè: era ai box e partecipò al rifornimento. Ha raccontato che le taniche preparate per i due piloti contenevano la stessa quantità; nella fretta, quella di Spaggiari potrebbe essere stata staccata un attimo prima di svuotarsi del tutto.
  • La terza ipotesi: una bolla d’aria nel serbatoio, che avrebbe impedito alla benzina di entrare tutta.

Lui quella sconfitta non la perdonò mai alla Ducati. Anni dopo la riassunse così: “Lui vinse, ma la gente applaudiva me”.

Quella doppietta ebbe un peso enorme per la casa bolognese, e da lì partì la 750 Super Sport desmo del 1973-74. La moto di Spaggiari, telaio 750-397, finì in Australia e anni dopo è passata all’asta come uno dei due esemplari più importanti di quella serie, insieme a quello di Smart.

Un mese dopo, al Gran Premio delle Nazioni corso a Imola, Spaggiari portò la 500 bicilindrica al terzo posto, dietro le MV di Agostini e Alberto Pagani e davanti alla Ducati di Smart. È l’unico podio mondiale mai ottenuto da quella moto.

Nel 1973 tornò alla 200 Miglia e fu di nuovo secondo, questa volta dietro Saarinen.

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L’ultima gara

L’ultima corsa la fece a Imola il 7 aprile 1974, ottavo nella 200 Miglia con la Ducati 750 e terzo nel Trofeo Continentale, la gara di contorno. Di quel giorno resta una foto con Taglioni ai box.

Il talent scout e la scuola

Ancora prima di smettere aveva pensato a una scuola di pilotaggio, con monocilindriche Desmo di serie. Cereghini partecipò come allievo alla giornata di presentazione, sulla pista di Modena: Spaggiari si piazzò all’interno della prima variante a guardare le traiettorie, poi radunò i ragazzi per spiegare cosa aveva visto.

Nello stesso periodo mise in piedi un team con le Ducati 750 SS per le derivate di serie, le moto gialle del Team Spaggiari, e ci fece crescere Franco Uncini. Uncini racconta che lo notò dopo una vittoria su Giulio Sabattini e che, tramite Ducati, li portò in squadra tutti e due. Quando la MV cercò Uncini per sostituire l’infortunato Bonera, il contatto passò proprio da Spaggiari, e Uncini fece anche una prova con la 500 al Mugello. Spaggiari però disse di no: secondo lui il ragazzo doveva crescere ancora. Uncini ammette che sul momento non la prese bene e che col tempo capì che aveva ragione. Nel 1982 diventò campione del mondo della 500 con la Suzuki.

Per la Ducati Spaggiari fece a lungo da manager sportivo e talent scout non ufficiale, anche per Virginio Ferrari.

Dopo le corse

Chiusa la carriera si diede al commercio: prima concessionario di auto, poi l’edilizia, specializzandosi nella costruzione di capannoni industriali. Il suo nome è finito anche al cinema: nel film “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” (2020) è un personaggio interpretato da Marco Pancrazi, e il protagonista lavora per lui come ingegnere.

La Federazione Motociclistica Italiana, con il presidente Giovanni Copioli, si è unita al cordoglio della famiglia.

Lascia la moglie Loredana, le figlie Elisabetta ed Emanuela, il genero Giorgio e i nipoti Giada, Giacomo e Miranda. La benedizione si terrà lunedì 26 ottobre alle 17 alla Casa Funeraria Reverberi, in via Terezin 21; poi il feretro proseguirà in forma privata per la cremazione.

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