Il cielo di settembre aveva deciso di fingere luglio. Un sole impietoso fondeva l’asfalto di Legnano, trasformando il piazzale in una fornace africana senza sabbia, ma con tutto il calore del deserto. Non c’erano dromedari all’orizzonte, ma cavalli d’acciaio — arrugginiti di gloria e oliati di memoria — pronti a rombare.
È così che il mito ritorna. Non come favola, ma come rito. Quinta edizione della rievocazione della leggendaria Parigi-Dakar, sesto raduno delle indomite Africa Twin. Moto nate per affrontare il Sahara, oggi ancora vive, testarde, impolverate di nostalgia e benzina. Vecchiette metalliche? Forse. Ma ancora capaci di ringhiare al cielo.
Dietro l’organizzazione, la banda della Jubilate. Abituati a interpretare Mozart, stavolta hanno diretto i motori come sinfonie ruggenti. Tutto per beneficenza — borse di studio per giovani meritevoli — ma anche per qualcosa di più raro: la memoria attiva. Perché la Dakar, quella vera, africana, non era un’escursione da dépliant patinato. Era una danza pericolosa con la sorte, una sfida tra uomo, macchina e natura. Roulette russa tra le dune, dove la sabbia ti spegneva il respiro e il motore poteva tradirti peggio di un amico ubriaco.
Le Moto, i Volti, le Cicatrici
Patrizia Alli, madrina dell’evento, lo ha detto con la voce ferma e lo sguardo pieno di fuoco: “Bisogna tramandare valori”. E qui, i valori hanno il sapore del metallo arroventato, dell’olio esausto sotto le unghie, della pelle scorticata dal vento. Il coraggio non era uno slogan, ma una scelta quotidiana. Non si cliccava: si accendeva.
Nel piazzale, il tempo sembrava fermarsi. Africa Twin, Cagiva Elefant, Yamaha XTZ, con serbatoi capaci di sfamare la sete di centinaia di chilometri nel nulla. Moto vere, nate per attraversare inferni. Patrizia ha tagliato il nastro tra gli applausi, e subito il rombo dei motori ha invaso i cuori. Un boato che non si ascolta: si sente nel petto, come un colpo di martello su incudine incandescente.
Via Abruzzi si è trasformata in museo a cielo aperto. Le “navi del deserto” in parata, ferme non per riposo ma per racconto. Per dire ai passanti che un tempo, il mare da solcare era fatto di sabbia e miraggi, non di onde.
Voci dal Deserto
Il pomeriggio si è fatto parola. Alberto Porta al microfono, e poi la storia in carne e voce: Ciro De Petri, gladiatore delle dune, capace di domare il Sahara con la ferocia di un leone. Giampaolo Terruzzi, che ha riso e pianto nel cuore delle tempeste. Gualini, Soldano — veterani con cicatrici, alcune visibili, altre scolpite nell’anima.
Silenzio tra il pubblico, come se si ascoltassero tamburi tuareg echeggiare sotto un cielo nero. E poi, la ferita aperta dell’assenza: Diane Thierry-Mieg, vedova di Sabine — il fondatore della Dakar, l’uomo che inseguì un sogno fino alla fine. Non era presente, ma la sua voce, gracchiante dagli altoparlanti, ha rimesso in scena l’ombra di Thierry. Morto nell’86, caduto come un generale nella guerra che aveva immaginato. Non c’è retorica, solo verità: chi accende certi fuochi, a volte si brucia per primo.
Attorno, una costellazione di nomi che brillano come stelle sbiadite: Giannetti, i Winkler, Boano, Bonacini, Carcheri, Macchion. Una processione laica, una liturgia di santi e peccatori della Dakar, tutti uniti dalla stessa febbre — quella che ti prende quando il rombo del motore coincide con il battito del cuore.
Perché Tutto Questo?
A cosa servono giornate così? Non sono solo raduni per nostalgici con la maglietta d’epoca. Sono ancore, in un presente che divora passato e passioni come fast food. Servono a dire ai giovani: il coraggio non è una parola su un manifesto, è un deserto da attraversare. La passione non è un like sullo schermo, è olio sulle mani, sabbia nei denti, cadute da cui rialzarsi senza piagnistei.
Sono ossigeno. Per chi non si arrende all’oblio, per chi ancora crede che la strada insegni più della comfort zone. E allora grazie, non per dovere, ma per convinzione. Alla BCC di Busto Garolfo e Buguggiate, che investe non solo denaro, ma fiducia. A Honda Motor Europe Italia, che non dimentica da dove viene. A Moto Macchion, dove ogni bullone ha una storia. A LavazzaMotoLab, dove il caffè sa di benzina e passione.
Senza di loro, tutto questo sarebbe polvere. Con loro, diventa scintilla.
E la scintilla, quando incontra la miscela giusta, fa nascere la corsa.

