William Joseph “Joey” Dunlop

William Joseph “Joey” Dunlop

Raccontare di Joey Dunlop vuol di narrare la storia di un pilota che da molti è considerato il pilota più grande di tutti i tempi. Nell’impossibile graduatoria da stilare sicuramente rientra tra i piloti che maggiori emozioni hanno donato a tutti gli amanti delle due ruote. 

La storia di un uomo che ha scelto quelle gare in cui la vittoria è rappresentata dall’arrivare alla fine, una gara contro se stessi tra guard-rail, marciapiedi e alberi che scorrono vicini a pochi metri senza protezioni a velocità pazzesche. 

Fu proprio contro uno dei tantissimi alberi che Joey era abituato a lasciare alla spalle a volte oltre 300km/h che la sua vita si è interrotta consegnando a ruolo di leggenda un uomo che nelle corse su strada aveva trovato la propria dimensione.

Attuale detentore del record di vittorie all’Isola di Man, 26, e vincitore di cinque mondiali consecutivi nella classe F1, Dunlop è uno dei pochi piloti che sono riusciti a toccare il cuore della totalità dei motociclisti e non solo. Perché oltre che un pilota dal valore indiscutibile, in cui a volte il coraggio si fondeva con l’incoscienza, la sua vita racconta la storia di un grande uomo.

Il suo impegno diretto a sostegno delle popolazioni della Bosnia e dell’Albania e per i bambini degli orfanotrofi rumeni sono un esempio della sua generosità e bontà d’animo. Gesta fatte in silenzio e senza onor di cronaca, con modalità che potrebbero sembrare inconciliabili con una star del suo livello (riempiva i furgoni utilizzati per le gare su cui caricava le moto con beni di prima necessità, si metteva alla guida e li consegnava direttamente).  Azioni che gli valsero il titolo di OBE (Officier of British Empire), un riconoscimento che gli venne riconosciuto oltre che per meriti sportivi anche per meriti umanitari. Tuttavia  questo uomo e il motociclismo sono riusciti a realizzare qualcosa di unico, sarebbe infatti servito il suo funerale – a cui parteciparono oltre 50.000 persone – a stabilire per l’Irlanda del Nord il primo giorno di pace nazione dopo un secolo di conflitti.

I numeri sono freddi e riescono a suscitare poche emozioni ma è bene ricordarli: 26 vittorie al TT,  13 vittorie alla Noth West 200, 24 all’Ulster Grand Prix, 5 titoli mondiali F1 per un totale di 126 vittorie di gare su strada.

Questi risultati gli avrebbero potuto assicurare una vita da star mediatica,  tuttavia ai riflettori e ai locali alla moda Joey ha sempre scelto la vita di provincia della sua Ballymoney nel suo pub -il Joey’s bar – che conduceva insieme alla sua famiglia. 

La umiltà e grandezza di questo uomo vanno, come sempre, ricercate nelle radici.

 Nato il 25 Febbraio 1952, William Joseph “joey” Dunlop è un irlandese di Ballymoney, una piccola città nel Distretto di Antrim. 

Debutta ufficialmente a 17 anni sul circuito di Lurghan Park in sella ad una piccola Triumph Tiger Cub di 199 cc classificandosi al 4° posto. Per alimentare la propria passione fa lavori di manovalanza e spesso lava motori nell’officina dove lavora il padre. Con i primi guadagni riesce a iscriversi alla sua seconda gara su un circuito stradale, la Carrowdore 100 dove coglie un secondo posto. Nell’anno successivo affina le sue doti di meccanico, che saranno parte distintiva della sua carriera, e gareggiando con mezzi non competitivi ottiene comunque bei piazzamenti. L’anno 1972 va segnalato come quello in cui si crea  un legame speciale con un altro suo conterraneo Mervyn Robinson. Nel 73 ottiene due secondi ed un terzo. Nel 1974 con l’aiuto di Danny Mc Cook trova una Yamaha 350 raffreddata ad aria, vince a Maghaberry e colleziona brillanti piazzamentiLe prime vittorie arrivano nel 1975 grazie al supporto della scuderia dei Fratelli Rea che gli offrono una moto in grado di far emergere la sua classe. Nel frattempo si consolida il rapporto tra gli amici della zona e nasce la “Armoy Amanda” un gruppo di supporter che assistevano i piloti di Armoy: Joey Dunlop, Mervyn Robinson, Frank Kennedy e Jim Dunlop Mervyn “Robo” Robinson.

Il debutto al TT avviene  con l’approccio umile e consapevole che solo i grandi sanno avere, rispetto verso un tracciato mitico e una deferenza che lo porta a gesti e parole di rara consapevolezza:  “Non sapevo assolutamente da che parte dovessi andare” disse. “All’incrocio di Ballacraine mi fermai per aspettare qualche pilota e quando arrivò lo seguii fino a che non scomparve nuovamente, rallentai e ne aspettai degli altri fino a che terminò il mio primo terrificante giro del Mountain TT e devo ringraziare molto il mio Amico Tom Herron per avermi dato molti preziosissimi consigli per imparare il TT “. 

Il primo anno fu di apprendistato, ma in quello successivo conquista il primo dei 26 allori che gli cingeranno la testa nel corso degli anni: vittoria al Jubilee Classic TT in sella ad una Yamaha OW 31 B con telaio Seeley sotto i colori del Team Rea Racing. Quella gara fu voluta per celebrare il giubileo della regina Elisabetta e strutturata da mettere in mostra i privati. 

Da allora solo emozioni, emozioni ed emozioni. La serie di vittorie inizia nel 1980  in un periodo in cui morirono gli amici Kennedy e Robinson, che ne era anche il cognato. Fu in quel decennio che ottenne 13 vittorie di cui 5 consecutive in F1 con due triplette.

Di queste vittorie rimane l’uomo ed anche la sua capacità di negoziatore. Riesce infatti ad ottenere, da parte della honda, la possibilità di partecipare con la moto ufficiale a delle gare sperdute nella sua Irlanda, per regalare emozioni alla sua gente. Si consolida poi il suo ruolo di meccanico, all’interno del team ufficiale Joey vuole intervenire direttamente sulla messa a punto della moto a dispetto dei meccanici ufficiali presenti.

Gli anni passano e gli avversari si fanno sempre più agguerriti e difficili da battere e le moto diventano sempre più prestanti ed estreme. Negli anni 90 prende parte a molte gare su strada riuscendo ad imporsi nelle categorie minori, le due tempi, dove la prestanza fisica nel domare motociclette dalla potenza sempre più estrema non è un elemento fondamentale, ma serve esperienza, capacità e volontà. Tra i circuiti cittadini è forse la sola Macao che non porta il suo nome tra i vincitori. Con l’edizione del 92 eguaglia Hailwood come numero di vittorie al TT e nel ’94 regala nuove emozioni al fratello che, dalla televisione di un letto di ospedale con le gambe polverizzate dopo un incidente a Ballaugh Bridge, lo guarda mentre dal gradino più alto del podio gli dedica la vittoria. 

La sua carriera sembra interrompersi nel 1998 quando alla Tandragee 100 si spacca il bacino e perde anche un dito, ma Joey da lì a due mesi si rimette in moto e con le 125 e le 250 vince al TT per la 23ma volta.

Tuttavia fra le tantissime emozioni che Joey ha regalato al suo pubblico quelle più intense forse doveva ancora arrivare. Dunlop non è solo TT, al pubblico dell’Ulster ha fatto vedere imprese epiche e una pagina assoluta di motociclismo sarebbe stata scritta l’anno 99 ed è bene ricordarla.

Di avversari ne ha visti passare tanti, parecchi, ed ora è il turno di David Jefferies che, su una superbike su base R1 di serie, ha vinto sui circuiti di NW200 e al TT. Nell’edizione di quell’anno si presenta con un nuovo record sul giro e vincendo gara 1. Sembra scontata il bis in gara 2 ma Joey compie un’impresa leggendaria. Parte male e rimonta in maniera esasperata,  sorpasso su sorpasso si mette dietro al compagno di Jefferis che si trovava in seconda posizione, lo passa e dopo poco passa anche il vincitore di gara 1. E’ in testa, Jefferies prova a rispondergli ma nulla riesce a cospetto di quel campione di 47 anni che vuole vincere a tutti i costi e ci riesce.

Questa vittoria su una superbike galvanizza Dunlop e lo spinge ancora di più ad inseguire il suo sogno. Vuole essere ancora protagonista nelle moto di massima cilindrata. Lavora sul fisico, tanta palestra e niente fumo e rivendica un mezzo competitivo da parte della honda: vuole andare al TT con la possibilità di vincere ancora. 

Nella ormai epica edizione del TT2000 eventi che nulla hanno a che fare con il motociclismo contribuirono a a realizzare il suo sogno. La notte prima della gara delle F1 un nubifragio rese impraticabile la pista. Al via della gara c’erano foglie e pozze di acqua su molta parte del tracciato, creando una situazione in cui solo chi aveva totale padronanza e conoscenza del percorso avrebbe potuto fare la differenza.

Si parte in questa condizione ed alla fine del primo giro è già primo. Dopo il rifornimento Jefferies lo supera e la pista si fa ancor più asciutta, in questa situazione è prevedibile un aumento del distacco tra i due, ma a metà del quarto giro qualcosa o qualcuno, o semplicemente il destino, fa si che il cambio della Yamaha di Jefferies si rompa. Il TT divenne uno di quei luoghi in cui la massa muta in un’unica figura, in cui la collettività diventa un solo essere, niente più tifosi, team, avversari, Marshal o altro. Una unica entità si affianca alla moto e all’ormai celebre casco  giallo e nero di Joey  e lo accompagna verso il traguardo. Vittoria, Joey ha vinto ancora. Pochi avrebbero ipotizzato questo risultato, all’alba del nuovo millennio Dunlop è ancora sul gradino più alto in una gara della F1. In questa occasione si mostra visibilmente emozionato tanto da rompere la bottiglia di champagne riservata al primo classificato.

Una delle edizioni più emozionanti del Tourist Trophy sara ricordata per altre due vittorie: quel campione di 49 anni, che tra l’altro arriva anche quarto al TT Senior, si impone anche nella 250 e nella 125 realizzando forse la più bella tripletta di sempre dell’isola di Mann.

 “Al TT non conta sapere dove devi aprire il gas, ma dove chiuderlo” .

Dopo questa impresa che lo consacra a leggenda sarebbe facile e ragionevole pensare che Dunlop alla soglia dei 50 anni si ritiri e viva della sua fama, della sua gloria e si goda la famiglia nel suo bar della ferrovia a Ballymoney, tra l’altro Bob MacMillan, il grande boss della honda UK, arrivò a offrirgli anche soldi pur di non farlo tornare al TT.  

Tuttavia Joey vive delle emozioni che vengono dallle corse. Joe non ha mai corso per i soldi, la sua vita sono le corse. “E’ l’unica cosa che sono in grado di fare”, dice una volta. Probabilmente aveva la necessità di sentire il cuore che batteva, aveva bisogno di sentirsi vivo, non avrebbe accettato una vita senza questo batticuore e queste emozioni. Probabilmente nessuna altra esperienza era in grado di procurargli tale stato d’animo ed emotivo. Nulla tranne le corse su strada. Non si potrebbe spiegare altrimenti la decisione di caricare le moto sul furgone ai primi di Luglio e guidare fino a Tallin, in Estonia per partecipare ad una gara sconosciuta. Una gara in cui probabilmente non era neanche pagata la sua presenza ma l’onorario era rappresentato dai soli premi di gara. Le emozioni sono le gare, ma ancor più le vittorie, e in quella tragica giornata riesce anche a vincere: primo in Superbike e nella 600 sotto un acquazzone.  E’ la categoria che molto spesso lo ha visto come vincitore, le piccole cilindrate, le amate due tempi, che compie l’infausto dono di elevarlo a mito eterno. 

La moto scivola, come successo tante volte in passato ma questa volta c’è un tronco d’albero a frenare la sua scivolata e questa volta per sempre.

La notizia si sparge immediatamente, il mondo delle gare è costernato. Solo un mese prima erano tutti presi dall’eccitazione per il nuovo record al TT.  Ora le emozioni  che stanno vivendo milioni di amanti delle moto sono diverse: dolore, tristezza e disperazione.

Tra le centinaia di morti di cui il motociclismo è costellato Joey è una ferita più profonda delle altre. Dal mondo in cui la nera signora ha deciso di portarlo con se, dal suo essere antidivo – una persona normale -, dal suo essere sempre in sellla e gareggiare per vincere, ricordare Joey provoca una fitta allo stomaco e tanta tristezza.

 William Joseph Dunlop è una di quelle figure da portare ad insegnamento alle nuove generazioni. Fa specie pensare che oggi alcuni ragazzini si atteggiano a star senza magari neanche aver vinto una gara quando quest’uomo con le sue 26 vittorie al TT e il suo essere campione del mondo ha vissuto sempre con la modestia di una persona comune ma soprattutto per bene la gloria.

A oltre 10 anni dalla sua scomparsa due statue gemelle orientate l’una verso l’altra, una sul Mountain, dove gli hanno intitolato il 26esimo miglio, e l’altra a Ballymoney ricordano il pilota, mentre nella memoria di ogni appassionato le sue gesta sportive e umane resteranno impresse per sempre e ricordate con l’affetto che può essere riservato ad una persona cara e meritevole di essere rispettata.

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